Cantautore Rock, Stefano Casoli ha all'attivo due EP, molto diversi tra di loro. Il miglior modo di vivere la musica? Esprimere se stessi, senza farsi influenzare dalla massa e dalle dinamiche musicali che a volte possono distogliere l'attenzione da cose molto più importanti dell'essere artista.


Che tipo di musica fai?


Rock, naturalmente. Ho scoperto di essere un maledetto ed anacronistico nostalgico. In questo genere musicale c’è immediatezza, energia e semplicità, ovvero qualità che non ho trovato altrove; pur apprezzando sonorità diverse, ho ritenuto opportuno condensare il mio stile in voci grattate, chitarre distorte e batterie potenti. Tuttavia, ho sempre dedicato un particolare interesse anche per un universo più “acustico”, con chitarre e melodie decisamente più delicate. In altre parole, non c’è nulla nella mia musica che può essere definito “nuovo”, ma non posso non riconoscermi in quello che faccio e, soprattutto, in ciò che intendo esprimere (se fosse chiaro il messaggio che voglio trasmettere, con ogni probabilità s’incazzerebbero tante persone…).


Hai pubblicato un EP. Ce ne vuoi parlare?


Ho due EP in cantiere, uno decisamente potente, l’altro soft. Ho attinto a piene mani dal rock, ma nel secondo sono emerse sfumature decisamente più pop; nel primo ho cercato di trasmettere emozioni e contenuti precisi e di suonare la maggior parte degli strumenti, mentre nel secondo i brani non hanno arrangiamenti particolari, c’è solo una chitarra acustica e una voce, talvolta raddoppiata con qualche armonizzazione (circostanza ascrivibile al tentativo di migliorare l’estetica dei brani, nulla di più). Ho voluto mantenere intatto il valore dei brani senza l’alibi dell’arrangiamento, che talvolta inibisce anzichè valorizzare, maschera anzichè svelare. Per l’EP “rock”, invece, non posso non ringraziare tutti quelli che, a vario titolo, hanno contribuito alla sua realizzazione: Alberto Paderni, Daniele Bagnoli, Andrea Veschi, Andrea Signorelli, Stefano Arduini, Francesco Savazza, Pierpaolo Bacchi, Federico Festa, Giuseppe Cavani e Andrea Canevari. Con un paio di loro non sono riuscito a mantenere rapporti amichevoli, ma non ringraziarli sarebbe stato scorretto prima di tutto nei confronti di chi, eventualmente, ascolterà i brani, che nonostante il lavoro in studio risulteranno volutamente non privi di errori ed imperfezioni: se volete musica perfetta e/o competitiva, potete rivolgervi altrove.


Cosa vuoi raccontare attraverso le tue canzoni?


Non è possibile comprendere i miei testi se non vengono contestualizzati in tutto ciò che riguarda gli emarginati di questa epoca; si può dire che la mia musica è solo un mezzo a cui dedico il tempo necessario, senza stordirmi di inutili fatiche per ottenere risultati musicali da esibire per prevaricare gli altri o per terrorizzarli con le mie presunte capacità. In pratica, non me ne frega niente di farmi notare se non funzionalmente ai contenuti che voglio donare agli altri, e questo mi ha creato parecchi problemi con molte persone. Nel momento in cui si intraprendono strade completamente diverse da quelle che il mondo di oggi impone, ovvero quando le proprie idee non sono categorizzabili dalle persone e i propri atteggiamenti obbligano le persone a misurarsi con la Verità e con ciò che non vogliono fare, i rischi aumentano. La mia musica, quindi, è un silenzioso tentativo di produrre cambiamenti silenziosi.


Cosa pensi del panorama musicale attuale? La musica originale di oggi può essere considerata di qualità?


La qualità non è mai mancata nel panorama musicale, nè in merito al mainstream, nè in ciò che possiamo definire “nicchia”; il problema, infatti, non è ascrivibile al genere o all’artista, bensì nella possibilità per tutti di vivere spazi e ottenere una ragionevole visibilità. In altre parole, chi garantisce la possibilità di potersi esprimere e di essere ascoltati è sotto il controllo di pochi eletti che decidono cosa imporre all’ascolto con criteri più affini al marketing che ad altro; intendiamoci, è sempre stata così, anche quando si millantava (e si millanta) libertà d’espressione, ma, ad esempio, il fatto che si commettano furti da sempre non giustifica chi ruba… credo che i teatrini mediatici confezionati per promuovere gli artisti non colpevolizzino tanto chi vi partecipa, piuttosto chi anela a farsi leccare il culo ed imporre a tutti che sia l’unico modo di esprimere la propria musica.


Com'è il tuo rapporto con il web e i social?


Se leggessimo ciò che accettiamo al momento di un’iscrizione ad un qualsiasi Social Network, probabilmente lasceremmo perdere; non entro nemmeno nel merito della ricerca ostinata di visibilità e tutto ciò che è già stato detto (talvolta giustamente) in merito a questi strumenti, mi limiterò a sostenere che confondere un mezzo col suo fine non può non condurre al caos, all’immoralità e, spesso, anche alla violenza in tutte le sue forme; di sicuro, non sono uno stinco di santo, ma non temo di utilizzare una parola desueta come “immoralità”. I Social hanno contribuito a sdoganare ed amplificare tutto ciò che di peggio ci riguarda, ma possono anche aiutare percorrere itinerari diversi.


Riguardo la diffusione della musica inedita. Quali sono le difficoltà per un cantautore che vuole proporre la propria musica ai locali, club, eventi live?


Un cantautore deve innanzitutto misurarsi con sè stesso e chiedersi cosa vuole veramente, nonchè abbandonare l’idea romantica del musicista che ieri dormiva in una cantina e oggi tutti cantano le sue canzoni; tutte stronzate, le botte di culo esistono ma sono rarissime. In secondo luogo, il fatto che la gente non sia abituata alla novità è chiarissimo, ma la colpa di questo è di chi possiede i canali comunicativi e garantisce spazi soltanto a chi risulta utile. Oggi un cantautore non è tanto privo della possibilità di costruirsi un pubblico, ma di mantenerlo; sia chiaro, ci sono sia personaggi che non meritano il successo che hanno e altri che, giustamente, non possiedono visibilità, ma risulta chiaro che i criteri per ottenere opportunità funzionali alla propria espressione musicale sono più vicini a quelli necessari per scalare una piramide anzichè camminare con la musica.


Come vedi il futuro della musica?


Uguale al suo presente; continueranno a decidere in pochi e lasceranno la maggior parte degli appassionati a combattere guerre fra poveri, cioè a scannarsi per pochi soldi, una bottarella di autostima per prendere meglio sonno e sentirsi meno falliti ed imbecilli per aver investito tempo ed energie in qualcosa che viene sistematicamente ignorato. E la colpa continuerà ad essere di chi trae vantaggio da questa guerriglia tra morti di fame, alla quale, di fatto, partecipo e ho partecipato anch’io. A meno che non accada qualche miracolo funzionale a cambiamenti che io, forse per mia negligenza, non sono in grado di porre in essere. Mi limito ad augurare a tutti di uscire dalla logica del branco che inevitabilmente caratterizza i rapporti umani anche tra coloro che possono essere definiti come appassionati dilettanti, oltre a quelli che fanno già parte di sistemi più grandi di loro.

Angela De Gregorio