Gabriele Dalena è laureato in Chitarra Jazz al Conservatorio Nino Rota di Monopoli. Tra i suoi progetti vi è la produzione di brani inediti. Le sue radici provengono dal blues, ma la voglia di sperimentare lo hanno portato ad esplorare nuove strade attraverso la musica elettrica, acustica ed elettronica.


Quali sono stati i tuoi studi musicali?


Ciao, mi chiamo Gabriele Dalena. Il primo approccio alla musica è avvenuto attraverso il pianoforte, solo più in avanti, all’età di 15 anni, ho iniziato a suonare la chitarra riscontrandone le mie visioni musicali. A 18 anni sono stato ammesso al Conservatorio Nino Rota di Monopoli (BA) presso cui ho conseguito la laurea in Chitarra Jazz. Attualmente frequento il corso di Chitarra Pop/Rock presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano; ho inoltre frequentato le Berklee at Umbria Jazz Clinics sotto la guida di insegnanti del Berklee College of Music di Boston assistiti da validissimi insegnanti e musicisti italiani.


Da cosa è composta la tua strumentazione per i live? Preferisci le chitarre di liuteria o standard?


La mia strumentazione è una ricerca costante di trasformare l’idea sonora in suono effettivo, utilizzando un giusto mix tra strumentazione analogica e digitale, indispensabili entrambe al giorno d’oggi. Utilizzo chitarre “standard” che mi permettano di soddisfare tutte le mie esigenze: principalmente una Fender Stratocaster ’62 Made in Japan dell’89, una Gibson Les Paul Axcess del 2010, una D’Angelico Excel DC del 2017 e una Yamaha CPX 1200 acustica. L’utilizzo di queste 4 chitarre varia a seconda di esigenze sia sonore (single coil piuttosto che humbucker) sia esigenze pratiche come cambi di accordature che sappiamo più stabili in chitarre con ponte fisso. Per quel che concerne gli effetti amo molto i delay e gli overdrive oltre che altri tipi di modulazione, anche se spesso mi piace ascoltare il segnale pulito della mia chitarra.


Hai un progetto di brani inediti. Ce ne vuoi parlare?


Il mio progetto di musica inedita prende il nome di About Blank ed è cominciato nella mia testa forse prima che me ne rendessi realmente conto. Nasce da una sincera necessità espressiva, un terapeutico dialogo con me stesso, sottolineo “sincera” perché questo progetto è la cosa più sincera che abbia mai fatto. In passato ho pensato che esprimermi attraverso la mia chitarra dovesse essere l’unico modo, in seguito ho capito che è un modo, ma non l’unico; in questo progetto si alternano canzoni a brani strumentali fondendo i miei gusti musicali che vanno dal jazz, al soul, al folk passando per il pop e la musica elettronica.


Che ruolo ha la ‘’sperimentazione’’ nella tua musica?


Fondamentale. Credo, infatti, che la sperimentazione sia la via principale per non rimanere ingabbiati in clichès di genere. Proprio in questa direzione all’interno del progetto About Blank è anche presente un concept album di matrice free/ambient che cerca di mettere d’accordo l’uomo e la macchina. È un progetto che viaggia in parallelo alle canzoni sopra citate ma per me ugualmente importante proprio per quel desiderio di sperimentazione di cui si parlava. Il materiale contenuto in esso non è ancora presente in nessuna delle piattaforme tradizionali di streaming in quanto ne sto parlando con una piattaforma di streaming statunitense di recente nascita.


Riguardo la diffusione della musica inedita nella società attuale. Quali sono le difficoltà per una band o un cantautore che propone la propria musica ai locali, club, eventi live?


Le difficoltà nascono principalmente dal fatto che in una larga parte di contesti, la musica è diventata un elemento di contorno per dar vita ad altro, dallo show televisivo al posto in cui devi garantire un numero minimo di consumazioni per poterci suonare. Non mancano, fortunatamente, quei contesti spesso promossi da associazioni o da singoli in cui la musica inedita viene considerata ed apprezzata e coloro che si vi si recano lo fanno per ascoltare l’artista e, come contorno, consumare e socializzare.


Qual è la tua visione del mestiere di musicista ''oggi e domani''?


La musica è la cosa più indispensabile delle cose non indispensabili. Partendo da questo presupposto c’è sempre stato, c’è e ci sarà sia il desiderio di emozionarsi sia qualcuno che quell’emozione la susciterà. Certo, rispetto al passato (non che io ne abbia fatto parte dati i miei 24 anni) il “mestiere” in sé per sé è cambiato e ne è cambiata la necessità. La larga accessibilità delle tecnologie di registrazione e performance fanno si che volendo si possa dar vita ad un album senza mai incontrarsi personalmente o comunque in minima parte, facendo un collage di materiale prodotto dalle proprie stanze e ottenendo in fin dei conti un prodotto ascoltabile senza recarsi da chi quel prodotto lo confeziona per professione (fonici e produttori). Sempre facendo riferimento alla concezione di mestiere credo che l’offerta seguirà la domanda e ascoltando e vedendo i prodotti musicali di grande successo oggi nella nostra Italia non posso che constatare che diversità e creatività stanno cedendo il passo all’omologazione. Per il futuro c’è sempre la speranza che avvenga un’inversione di tendenza recuperando l’interesse per la musica in sé. Ciò che mi preoccupa, invece, è che l’omologazione entri nelle accademie perché si rischierebbe di creare un circolo vizioso che avrebbe delle ripercussioni sulle generazioni future di musicisti.


In che modo il web e i social possono aiutare a far conoscere la propria musica?


Credo che web e social media siano un veicolo importante per far si che persone da tutto il mondo possano accedere alla propria musica; allacciandomi a ciò di cui si parlava prima però, bisogna fare attenzione all’altra faccia della medaglia: il fatto che una persona guardi il tuo video su Youtube o segua il tuo progetto su Instagram non significa necessariamente che quando ti esibirai live quella persona sarà lì a fare il tifo per te. Personalmente mi concentro molto sulla musica credendo, forse ingenuamente, che il resto venga da se, che sia quindi una conseguenza. In definitiva, quindi, credo che il web ed i social media siano un mezzo per un fine e non il fine stesso.
Grazie Angela, grazie Soundfeat ed in bocca al lupo.


Angela De Gregorio