Laureato, con il titolo magistrale, in Letterature e Culture Comparate presso l'università degli Studi di Napoli ''L'Orientale'', Valerio Bruner ha portato avanti la sua passione per le lingue, in particolare quella inglese tanto da andare a vivere per un periodo a Londra, e la sua passione per il teatro e la musica. Il teatro è stato il suo primo amore, ma poi l'esigenza di scrivere canzoni è stata forte, e ha pubblicato il suo disco d'esordio ''Down The River'' nel 2017.

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Foto di Davide Visca

Hai iniziato con il teatro, fino a quando non hai sentito l'esigenza di scrivere canzoni. Come sei passato dal teatro alla musica? Oggi cosa predomina maggiormente nella tua vita?

È stata una specie di epifania, mettiamola così. Tra il 2015 e il 2016, insieme alla mia compagnia, il Teatro di Contrabbando, girammo molto con lo spettacolo “Nonsense a nord del Tamigi”, in cui interpretavo il cantastorie, una figura onirica che fungeva da collante tra le scene e i personaggi che vi abitavano. Dapprima suonavo delle cover, i Clash e Iggy Pop principalmente, poi, replica dopo replica, iniziarono a farsi strada dentro di me delle melodie e delle parole tutte nuove che dovevano, quasi reclamavano, di diventare canzone, a marcare ancora di più quello che avveniva in scena. Così le cover lasciarono il posto agli inediti e da lì ho continuato a scrivere, cantare e arrangiare, buttandomici dentro senza riserve, palco dopo palco. Il teatro occupa tutt’oggi una parte molto importante della mia vita, a marzo sarò di nuovo in scena con un mio spettacolo, ma è la musica che mi sta disegnando la strada.

Quali sono le tue esperienze musicali più significative?

Penso le prime volte. Quelle in cui ti confronti con te stesso e con il pubblico che hai davanti, quando ancora non hai chiaro chi sei veramente e fino a dove puoi e vuoi spingerti. È in quei momenti che inizi a prendere consapevolezza che se vuoi stare sul palco, esserci veramente, ci vuole tutta l’anima, il cuore, il furore e la passione che hai dentro, altrimenti sono solo note su parole. E il pubblico se ne accorge, tu te ne accorgi.

E' uscito il tuo album di esordio ''Down the river''. Ce ne parli?

Partì tutto da Londra. Ci ho vissuto per diverso tempo, prima per studiare e poi, in un secondo momento, per trovare lavoro e magari trasferirmici definitivamente. Non successe né l’una né l’altra cosa e così trascorrevo le lunghe giornate d’estate vagando in lungo e in largo per la città, per toccarne l’essenza, quella parte che i turisti non vedono, ma che è, in realtà, la più vera, la più autentica. Ci sono diversi posti a cui sono legato, uno di questi è il Camden Lock. Ricordo che un pomeriggio ero seduto, taccuino in mano, a guardare i battelli dei rivermen salpare mentre il sole tramontava alle loro spalle. Nonostante andasse tutto storto, in quel momento mi sentii in pace con me stesso, cosa molto rara, e mi vennero in mente le parole “down the river lies your soul”, che sarebbero diventate poi il ritornello di Down The River, la canzone che dà il titolo all’ep. Sono cinque canzoni, cinque storie di vita vissuta, che vanno dalla disperazione e l’eccitazione delle notti vissute lontano da casa, in poco raccomandabili pub di periferia, alla rabbia per le promesse e i sogni infranti e la speranza del nuovo giorno, capelli al vento e tasche vuote. Esperienze che ho vissuto, tutte, sulla mia pelle. In studio sapevo che sarebbe stato fondamentale preservare quella componente viscerale, autentica, delle emozioni che avevano animato le canzoni. L’unico modo per farlo era registrarle in presa diretta e così feci: voce e chitarra acustica, senza fronzoli. In un secondo momento aggiungemmo dei fraseggi di chitarra elettrica, opera di Andrea Russo, per sottolineare le sfumature dei brani.

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Foto di Federica Rubino

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con le tue canzoni?

Nessun messaggio, racconto storie. Ogni canzone è un’istantanea di un momento, uno spaccato di vita che sa di amore, passione, rabbia o disperazione, è un tuffo nell’anima dei protagonisti, donne e uomini che hanno la mia voce, ma sono io a camminare nelle loro scarpe.

Fare il cantautore oggi. Quali sono le opportunità?

Non è facile, ma non solo oggi, è sempre stato così. Adesso sembra ci siano più opportunità: etichette indipendenti, agenzie di booking, locali su locali dove si fa musica live, tutto a portata di mano e piuttosto accessibile. Da un lato è anche così ed è positivo, ci sono davvero delle realtà che possono aiutare un artista nel suo percorso e non si tratta per forza di major o big labels, ma è anche vero che tutto ci arriva così edulcorato, ingigantito e, purtroppo, mistificato attraverso la realtà virtuale dei social. Restiamo reali, sentiamo l’asfalto sotto i piedi quando camminiamo, aggrappiamoci al dolore delle dita che premono sui tasti della chitarra, alla voce che esplode nel buio della sala. Restiamo fedeli a noi stessi, a chi siamo.

Come vedi il futuro della musica?

Domanda da un milione di euro. Parlo per me, di cosa mi piacerebbe: vorrei un ritorno alle origini, fatto di sudore, tenacia e gavetta, dove sai da dove vieni e dove vuoi arrivare, non di hit sfornate per raggiungere il milione di visualizzazioni in un nanosecondo e che, dopo un anno, avremo già dimenticato.

Sei iscritto su soundfeat. Cosa pensi di questa piattaforma musicale?

È una piattaforma molto interessante che permette ad un artista di conoscere e farsi conoscere, creando il proprio portfolio musicale. Un modo intelligente ed efficace di fare comunicazione digitale.

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Foto di Lino Verdicchio

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L'artwork della copertina del disco è realizzata da Ivano Bruner

La foto della copertina dell'intervista è stata realizzata da Sergio Morra