Manca a volte un’industria discografica che punti alla qualità e non al prodotto - Intervista all'insegnante e chitarrista Riccardo Bertuzzi

Manca a volte un’industria discografica che punti alla qualità e non al prodotto - Intervista all'insegnante e chitarrista Riccardo Bertuzzi

Riccardo Bertuzzi è un chitarrista molto versatile. Tante le esperienze come chitarrista, turnista, insegnante e tante le partecipazioni a contesti diversi come concerti o programmi televisivi. Anche il suo percorso di studi è' molto particolare, con un diploma al CPM di Milano in chitarra pop/rock e una laurea Quinquennale in Psicologia del Lavoro.

Ci parli dei tuoi studi? Hai fatto studi musicale e non solo. Come hai coniugato studi cosi diversi tra loro come la musica e la psicologia?

Anzitutto buongiorno e grazie per l’invito! Il mio percorso di studi è stato molto variegato, ho cominciato sull’elettrica travolto dalla passione per il Rock, e parallelamente negli anni ho seguito al Conservatorio di Vicenza gli studi di Chitarra classica e Composizione, ma senza ultimarli, più per uno spirito di curiosità e completezza. Di fatto il mio strumento principale è sempre stato la Chitarra moderna, elettrica o acustica. Ho iniziato con AC/DC, Led Zeppelin, The Who, ma presto la passione per l’armonia mi ha avvicinato molto al jazz e alla musica colta di inizio Novecento come Debussy, Mussorgskij, Stravinskij. Questi interessi così diversi tra loro mi hanno portato a diplomarmi al CPM di Milano in chitarra pop/rock e a frequentare il Master internazionale InJam di Siena Jazz. Entrambe le esperienze si sono rivelate molto utili in ambito turnistico e non solo. La Laurea Quinquennale in Psicologia del Lavoro è un percorso del tutto parallelo, che da un lato ha posticipato il mio dedicarmi professionalmente alla musica, ma mi ha dato una formazione che in qualche modo mi ha aiutato anche in ambito musicale, soprattutto dal punto di vista umano.

Hai fatto esperienze importanti in Tv, in particolare presso la Mediaset. Ci vuoi raccontare il dietro le quinte? Qual è la differenza di suonare in TV rispetto a un concerto in piazza?

Lavorare in tv, Mediaset , Rai o RealTime, mi ha sempre affascinato. La  dimensione dello studio è più protetta e stabile rispetto al tour, dopo un po’ nel teatro di ripresa ci si sente un po’ a casa, ma la disciplina richiesta è ancora maggiore. Bisogna essere pronti a qualsiasi imprevisto musicale, saper cogliere l’andamento delle richieste registiche, leggere e saper trasportare velocemente. Spesso sono molti gli artisti che intervengono in una trasmissione, magari con stili radicalmente diversi tra loro: questo significa avere conoscenza approfondita di tanti generi musicali, soprattutto nella ritmica (spesso erroneamente trascurata dai giovani chitarristi), avere un’accurata gestione dei suoni per rispondere prontamente alle esigenze del repertorio. Bisogna anche saper essere pazienti, perché un’impresa complessa come la realizzazione di un programma televisivo richiede al musicista di saper aspettare rimanendo pronti in palco!

Quali sono i tuoi progetti attuali?

Attualmente sto seguendo appunto la realizzazione di un programma tv, il nuovo show di Adriano Celentano, ma contemporaneamente sto lavorando in Italia e soprattutto all’estero con il mio progetto fusion, il Malafede Trio, assieme a due incredibili compagni di note come Federico Malaman al basso e Ricky Quagliato alla batteria. Stiamo iniziando a lavorare al nostro secondo album, sarà un processo molto creativo ed entusiasmante.

Sei docente. Cosa vuoi trasmettere ai tuoi allievi durante le tue lezioni?

Soprattutto la capacità di ascoltare e di emozionare. Servono padronanza tecnica e teorica per esprimersi in maniera fluida sul proprio strumento, ma tutto dovrebbe essere finalizzato a creare  qualcosa di bello e ricco di significato. Mi piace molto l’aspetto virtuoso, ma solo se contestualizzato, e in generale non riesco ad appassionarmi agli sfoggi di tecnica se non valorizzano la canzone. Le basi, ovvero timing, ear training, cura del suono, sono dei prerequisiti chiaramente, e non possono mai essere trascurati.

Didattica online. Qual è la tua visione?

Internet è un luogo potenzialmente fantastico per ricevere stimoli didattici. Io stesso prossimamente mi dedicherò a confezionare una proposta didattica che renda le mie lezioni fruibili a distanza e non solo tramite lezioni Skype. Certo è che il troppo materiale disponibile rischia di creare confusione se non coordinato da un insegnante esperto ed in carne ed ossa. Le lezioni vis à vis servono appunto a seguire un percorso, ad avere delle scadenze che accelerano l’apprendimento, e a correggere, ovviamente, cosa che un video non interattivo non può fare.

In che modo i social possono essere di aiuto a un musicista per far conoscere la sua attività?

I social sono ormai parte integrante dell’essere musicista, perché costituiscono una piattaforma comune tramite cui condividere virtualmente a costo zero le proprie performance, far conoscere il proprio sound e non solo. Io stesso vengo spesso contattato da chi mi ha visto in video presenti su Facebook o Youtube. L’importante è non cadere nella trappola di puntare troppo sull’immagine a discapito dell’effettiva qualità musicale, scendendo magari a compromessi artistici per una manciata di like.

Quali sono i consigli che daresti a un giovane musicista?

Di prepararsi molto e di suonare il più possibile dal vivo, in situazioni vere, non solo in camera da soli come spesso accade. Solo fare musica in band riesce a migliorare veramente l’interplay, il timing, la dinamica e a migliorare il proprio suono in un contesto concreto. E poi è conoscendo altri musicisti e lavorando bene che si gettano le basi per occasioni via via sempre più importanti.

Come vedi il futuro della musica?

Gli artisti bravissimi non mancano, manca a volte un’industria discografica che punti alla qualità e non al prodotto effimero ma facilmente commerciabile. Il problema è che non si vuole rischiare, perché il giro economico è totalmente cambiato, come tutti sappiamo. La rivoluzione digitale ha creato una percezione di perdita di valore della musica: i ragazzi sono ormai abituati all’idea che sia normale ascoltare album e discografie intere totalmente gratis. Questo è ovviamente in contrasto con l’amore vero che tantissime persone hanno per questa forma d’arte. Perché si possano continuare a fare dischi di qualità c’è bisogno di un ritorno al rispetto per le opere d’ingegno, e questo non vale solo per la musica chiaramente. Credo che stiamo vivendo un’epoca di transizione in cui manca una vera guida nel rapporto alla musica digitale, ma credo e spero che col tempo si troverà il giusto equilibrio.

Angela De Gregorio

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